Case discografiche: grazie.

Cosa possiamo dire sulle case discografiche? Beh, da un lato chi ha firmato un contratto con loro non potrà fare altro che amarle. Lo farei anch’io se trovassi qualcuno pronto a pagare completamente gli studi per la registrazione del mio album, a remunerare tutte le persone che lavoreranno per me, a sostenere tutte le varie spese (pubblicità, diritti,distribuzione album, ecc.) e (se sono uno che vende milioni di dischi) a soddisfare ogni mio piccolo capriccio. Ma non va dimenticato che c’è anche un rovescio della medaglia. Dove li mettiamo i gruppetti emergenti, che per realizzare una demo devono praticamente sostenere delle spese del tutto simili a quelle sostenute dalle case discografiche? E poi, se una persona inizia a comporre dovrà avere delle influenze di base, ma come si fa ad avere una panoramica del mondo musicale se un cd costa come minimo intorno ai 20 euro? Sono dei prezzi altissimi, ma di questi soldi quanto, concretamente, entra nelle tasche dell’artista? Sfogliando un comune contratto tra artista e discografico si può scorgere che all’autore spetterà il 5 % per ogni supporto venduto, al netto dei resi, da conteggiarsi sul prezzo di vendita all’ingrosso effettivamente praticato e fatturato dalla casa discografica ai propri acquirenti, al netto di tasse, sconti, eventuali sovrapprezzi per pubblicità televisiva e quant’altro. Una percentuale davvero bassa che, però, per artisti di calibro internazionale è facilmente superabile grazie ai tour, le comparsate in tv, le pubblicità e cosi via. Più difficile per gli altri artisti meno famosi. Ecco qui un altro esempio di come in questo ambiente venga utilizzata una sola misura, anche se sarebbe più opportuno individuare due diversi regimi: uno per gli emergenti e l’altro per i gli artisti “già formati”.

Il Bobo.

2 risposte a “Case discografiche: grazie.”

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